LA PAROLA ALLA DIRETTRICE

Iniziammo con circa 75 bambine. Nell’agosto del ‘75 a condividere il mio lavoro arrivò dal Monastero Suor Melania, la quale era ed è tuttora un grande punto di riferimento sia per le bambine che per il personale. L’obiettivo da perseguire era quello di evitare la forte istituzionalizzazione. Era necessario che le bambine provenienti da altre regioni ritornassero in famiglia più spesso e che quelle che abitavano nei dintorni tornassero a casa ogni fine settimana. Viaggiai, verificai situazioni familiari e, dove fu possibile, instaurai i primi rapporti con i Servizi Sociali che, all’epoca, erano molto pochi, specie nelle regioni del Sud.
All’interno dell’Alveare, nel frattempo, si era creato un clima di fiducia con le minori. A Cascia notavano i primi cambiamenti: le bambine uscivano più spesso in gruppo con le educatrici, partecipavano alle feste del paese e, nello stesso tempo, l’Alveare era diventato un centro d’incontro, di operosità e di divertimento.
I professori della Scuola Media aiutavano le ragazze nel pomeriggio. Vorrei ricordare il professore di matematica Sergio Lepri ed il professore di ed. tecnica Bruno Gargiulo, che mettevano a disposizione la loro sensibilità oltre che la loro professionalità.
In questi anni fu superato il concetto di “categorizzazione”, in parole più semplici l’Alveare non era più solo orfanotrofio, ma un luogo che offriva ospitalità ad altri bisogni che emergevano: l’isolamento culturale, il disagio famigliare, l’abbandono
ed altro. Molto importante fu l’inizio del semiresidenziale da parte di alcune
bambine, ossia la permanenza nell’Alveare fino alle h. 18.00.

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